Forse l’Europa non si salva. Trump un volgare oppositore. Però…

 

sdr

 

È chiaro che sono ancora molti gli intellettuali esperti che tifano per l’Europa unita. Ed è anche chiaro che come sostiene Romano Prodi questa Europa unita a 28 fa molta paura all’America di Trump.

Però proprio questa Europa a 28 porta in sé i germi dell’autosfaldamento. Così come ha in sé i punti forti della coesione.

È pericoloso e non conviene uscire dall’Europa unita. Lo sa bene il Regno Unito – ha detto Romano Prodi a Napoli, intervistato oggi 23 febbraio, dal giornalista A. Barbarano al convegno organizzato dall’associazione Il Sabato delle idee diretta da Marco Salvatore.

Prima il Regno Unito era unito sulla “Brexit” e l’Europa divisa, ora il Regno Unito è diviso e in difficoltà mentre l’Europa è molto più unita e consapevole

Però l’onorevole Prodi glissa sul fatto che le tensioni tra Italia e Francia si fanno via via più evidenti, come glissa sul fatto che comunque l’economia Inglese sembra attualmente avere avuto una spinta in avanti dopo la tenuta del governo May.

Questa Europa è stata interpretata in vario e progressivo modo  soprattutto dall’America – ha aggiunto Romano Prodi. Con Bush ha avuto un favorevole sostenitore  in Clinton ha avuto  sempre un favorevole sostenitore ma un po’ più distante, con Obama è stata completamente ignorata, non vi sono stati atteggiamenti negativi o avversativi ma neanche favorevoli, in  Trump ha trovato un volgare oppositore.

È sempre più convinto l’onorevole Prodi sulla necessità di mantenere la formula dell’ Europa Unita, lui che ha guidato l’Europa del dopo Maastricht ma che si è visto negare la sua proposta di una Costituzione europea,  lui che è il primo sostenitore della devoluzione di poteri ( che chiama “delega condivisa” ) degli Stati verso l’Europa Unita, lui che conosce bene la differenza tra Unione europea ed Europa Unita, questa mattina difende il suo progetto più che mai.

Comunque l’onorevole Prodi ha poi ammesso che il cambio della lira in euro ha un retroscena in un accordo con Helmut Kohl all’epoca in procinto di elezioni. Il cambio della lira, come delle altre monete,  anche se di pochi centesimi dovevano essere favorevoli per la Germania per consentire a Kohl  l”elezione

Ma in vista delle prossime elezioni europee del 3 marzo Prodi ha sostenuto che in Italia c’è carenza di leader e lui scenderà in campo per aiutare l’affermazione di personalità adeguate ma individua nell’attuale governo punti di forza, come l’autoritarismo, che difficilmente lo porteranno a cadere

È stata una bella intervista che ha eviscerato molti problemi. Non dimentichiamo che l’onorevole Prodi è  professore di vasta e indiscussa cultura, come pochi

 

Un Parterre de rois di altissimo rispetto, tra cui Antonio Bassolino in gran forma con la compagna Annamaria Carloni, Teresa Armato, Amedeo Lepore e tanti, tantissimi altri

 

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Venturi aevi non immemor – Per non perdere la memoria – 27 gennaio 2019

Fa male ricordare, fa male all’animo, perché si corrompe nei ricordi, a volte s’indurisce eppure è un male necessario: perché solo superando quella scorza indurita, il ricordo, la memoria e il suo dolore, potranno essere abbastanza  brutali da far comprendere  la banalità del male, la sua assurdità.

Sì. Il ricordo è un raggio di luce che passa attraverso la roccia del pensiero ed arriva alla coscienza; e se la trova indurita, incallita, riesce a scalfirla, penetra in quella stanza buia e la rischiara mostrandole immagini sgradite agli occhi feriti dal bagliore e abituati al buio.

Immagini che finalmente creeranno uno spazio, seppur piccolo, per il timor di Dio

I soldi pubblici della Regione Campania

 

Non so se capita a voi ma a me capita quasi sempre,  quando sento parlare di deficit pubblico o debito pubblico oppure pericolo di default statale, mi chiedo : ‘ma i soldi pubblici, quelli che tutti noi cittadini  eroghiamo sistematicamente  allo Stato o agli Enti Locali, con il puntuale pagamento delle tasse (e a volte sono anche cifre considerevoli a cranio), che fine fanno? non riescono a coprire tutto il necessario per mandare avanti servizi e corrispettivi al cittadino ?

I bilanci dello Stato o delle Regioni e loro Enti Locali sono spesso avvolti da un’aura di mistero, vuoi perché la materia è oltre modo monotona e poco affascinante, vuoi perché è veramente difficile districarsi tra report economici di ampie dimensioni, benché accessibili e pubblicati periodicamente, vuoi perché effettivamente non è che poi ci si capisca molto, bisogna essere veramente esperti.

Così spesso le domande, legittime, in tema di economia pubblica,  rimangono senza risposta, tranne qualche sporadica informazione che ci viene dalla TV a di pillola semplificata.

Con l’avvento del digitale sembra che lo stato delle cose in questo campo tenda a modificarsi poiché si stanno sviluppando sempre più siti che mettono in rete i conti pubblici commentati e  le loro statistiche di rito.

Recentemente, da buona smanettatrice di rete, ne ho trovato uno estremamente affidabile, consigliato addirittura dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Incuriosita, sono andata a pescarmi i primi dati che potevano interessarmi in prima persona : la spesa pubblica della Regione Campania, e nello specifico la spesa per lavoro dipendente.  …. non funziona !!!!!! Ho ricavato i dati che seguono ( nella tabella in basso)  ma non portano a nulla, oltretutto c’è la voce : spesa ma nessuna voce : introito … Che dire ! Li pubblico comunque, forse chi legge è più bravo di me e riesce a ricavarci qualcosa …

Ho scoperto così che la Regione Campania spende in milioni di euro  :

Nello specifico a tutto il 2018

la spesa per Napoli è di 13.950    mln di euro

la spesa per Salerno è di 1.586       ”    ”    “

la spesa per per Avellino  è di 855  ”   ”    “

la spesa per Benevento  è di 444     ”   ”   “

la spesa per Caserta è di  1923        ”   ”   “

 

Vi lascio il link al sito : Soldi pubblici  sarete sicuramente più bravi di me .

 

Terzo convegno SISEC (Società Italiana di Sociologia Economica), Napoli – SVILUPPO E DISUGUAGLIANZE. A SUD DEL NORD E A NORD DEL SUD – CALL FOR SESSIONS

Giovedì 31 gennaio – sabato 2 febbraio 2019 – SISEC (Società Italiana di Sociologia Economica)

La SISEC terrà il suo terzo convegno a Napoli, Università Federico II, dal 31/1 al 2/2 2019.

Il filo conduttore del convegno sarà il rapporto tra sviluppo e disuguaglianza, un tema da sempre al centro del lavoro dei sociologi e tornato di prepotente attualità con la fine della crisi economica degli scorsi anni.

Il convegno propone ai sociologi economici, e non solo a loro, di riflettere sulla disuguaglianza in tutte le sue dimensioni (disuguaglianza occupazionale, di reddito, scolastica, tra generi, tra generazioni, di accesso al welfare…) e ai loro rapporti con lo sviluppo locale e sovra-locale, nella convinzione, condivisa dai classici della sociologia e dalla teoria economica, che non sempre lo sviluppo riduce la disuguaglianza, ma che sicuramente la stagnazione economica non promuove l’uguaglianza.

Nel momento in cui la crisi in alcuni territori lascia il posto allo sviluppo e in altri si trasforma in stagnazione, le linee di frattura territoriali sono meno semplici da interpretare che in passato.

A livello globale, la crisi è stata in primo luogo una crisi del Nord, ovviamente avvertita in gran parte del Sud, e nello stesso Nord globale alcuni paesi, per esempio quelli mediterranei, ne hanno fatte le spese più di altri, per esempio quelli dell’Europa centrale. Anche in Italia, la rinnovata attenzione alla frattura storica tra un Nord sviluppato e un Sud che insegue rischia di nascondere le eterogeneità interne alle due aree, cresciute negli ultimi anni: il dinamismo di diverse aree manifatturiere e turistiche al Sud da una parte, e dall’altra al Centro e al Nord la decadenza di molte aree di vecchia industrializzazione e lo spopolamento delle cosiddette “aree interne”.

Le conseguenze di questa nuova eterogeneità dei territori sulle disuguaglianze sono ancora ampiamente inesplorate. Accanto a questa pista di analisi il convegno tramite questa call for sessions invita la sottomissione di proposte di sessioni in cui vengano presentati il lavoro di ricerca e di riflessione dei sociologi economici, del lavoro e dell’organizzazione italiani e non, e di tutti gli studiosi di discipline vicine alla nostra: oltre alle altre sociologie, pensiamo a economia, demografia, storia economica e sociale, diritto applicato, antropologia ecc.

Le proposte selezionate costituiranno la struttura del Convegno: è quindi importante che chi sottomette una proposta lo faccia considerando sia la rilevanza analitica del tema, sia la disponibilità di studiose e studiosi attualmente impegnati sul tema e interessati a partecipare al convegno. Saranno quindi privilegiati temi sufficientemente ampi e in grado di raccogliere al proprio interno contributi più specifici. Le proposte, corredate da un breve abstract di circa 2.000 battute e dal nome del coordinatore/trice (o dei coordinatori) vanno inviate entro il 31 luglio 2018 all’indirizzo mail: mito.school@unimi.it.

Seguirà la selezione delle proposte entro fine agosto, e il successivo call for papers a inizio settembre.

Per maggiori info: www.sisec.it

Comitato scientifico

  • Gabriele Ballarino
  • Francesco Paolo Cerase
  • Paola De Vivo
  • Emilio Reyneri
  • Enrico Sacco

Comitato organizzativo

  • Paola De Vivo
  • Carlo De Luca
  • Ornella Fasano
  • Caterina Rinaldi
  • Enrico Sacco

 

 

Consigli di lettura :

 

Se il Mezzogiorno decresce e si svaluta spesa e lavoro, tutto il paese ne risente

In passato si era stabilito di destinare una quota specifica della spesa in conto capitale dello Stato a favore del Sud: nei DPEF successivi al ciclo di programmazione dei fondi strutturali 2000-2006 tale obiettivo fu fissato al 30% delle risorse ordinarie e al 45% di quelle totali.

Successivamente, nella legge Finanziaria del 2005, fu scritto che le amministrazioni centrali si dovevano conformare all’obiettivo di destinare al Mezzogiorno almeno il 30% della spesa ordinaria in conto capitale.

Ma poi, dal DPEF 2009-2011, tale obiettivo programmatico non fu più indicato. Nel corso di un’audizione in Parlamento nel febbraio 2010 la SVIMEZ fece notare che “la quota di spesa pubblica in conto capitale complessivamente effettuata nelle regioni meridionali era passata, con un progressivo declino, dal 40,4% del 2001 al 35,3% nel 2007, e la sola quota di spesa ordinaria destinata alla formazione di capitale nel Mezzogiorno era stata pari nel 2007 ad appena il 21,4%” e metteva in evidenza come gli obiettivi programmatici erano stati sistematicamente disattesi, fino a scomparire.

E’ quanto emerge dalla relazione a –  cura di Adriano Giannola e Stefano Prezioso, rispettivamente Presidente e Ricercatore della SVIMEZ – che accompagna l’ultimo rapporto elaborato e pubblicato dall’Associazione per lo Sviluppo per il Mezzogiorno.  Dove si legge  che dal 2009 e fino al 2015, anno finale della ricerca analitica di valutazione della perfomance dell’economia statale e del Mezzogiorno attraverso la scomposizione della clausola del 34% delle risorse ordinarie destinate al Sud, il Pil complessivo del paese è diminuito per effetto delle disattese politiche economiche già fissate in legge.

NELLO SPECIFICO :

L’art.7-bis del decreto-legge 29 dicembre 2016, n. 243, convertito con modificazioni, dalla legge 27 febbraio 2017, n. 18, dispone che la quota delle risorse ordinarie delle spese in conto capitale a favore delle otto regioni del Mezzogiorno non sia inferiore al 34% del totale nazionale.

Quest’ultimo valore non è casuale, in quanto è analogo al peso che la popolazione del Meridione ha sull’intero aggregato nazionale.

Tale indicazione, inoltre, implica un significativo effetto perequativo eppure rispetto alla situazione osservata, ormai da anni, risulta tale quota di entità nettamente inferiore al valore indicato dalla disposizione di legge ed i relativi effetti disattesi.

Il problema non è nuovo, già in passato si era stabilito di destinare una quota specifica della spesa in conto capitale dello Stato a favore del Sud: nei DPEF successivi al ciclo di programmazione dei fondi strutturali 2000-2006 tale obiettivo fu fissato al 30% delle risorse ordinarie e al 45% di quelle totali; successivamente, nella legge Finanziaria del 2005, fu scritto che le amministrazioni centrali si dovevano conformare all’obiettivo di destinare al Mezzogiorno almeno il 30% della spesa ordinaria in conto capitale. Ma poi, dal DPEF 2009-2011, tale obiettivo programmatico non fu più indicato. Nel corso di un’audizione in Parlamento nel febbraio 2010 la SVIMEZ fece notare che “la quota di spesa pubblica in conto capitale complessivamente effettuata nelle regioni meridionali era passata, con un progressivo declino, dal 40,4% del 2001 al 35,3% nel 2007, e la sola quota di spesa ordinaria destinata alla formazione di capitale nel Mezzogiorno era stata pari nel 2007 ad appena il 21,4%” e metteva in evidenza come gli obiettivi programmatici erano stati sistematicamente disattesi, fino a scomparire.

SVIMEZ < link

Al fine di valutare la portata del rinnovato impegno legislativo, la SVIMEZ con il proprio modello econometrico ha effettuato un esercizio volto a valutare quali sarebbero state le conseguenze per l’economia meridionale se tale quota fosse stata garantita anche negli anni della “lunga crisi” caratterizzati, come noto, da un drastico calo della spesa in conto capitale (per la verità, sia ordinaria che aggiuntiva) particolarmente intensa nelle regioni meridionali. Prima di passare al commento dei risultati, è opportuno esporre alcune ipotesi adottate per “costruire” i dati indispensabili per eseguire l’esercizio di valutazione.

Com’è noto, la base informativa relativa alla spesa in conto capitale effettuata nelle Regioni è costituita dai Conti Pubblici Territoriali (CPT). Il modello della SVIMEZ, come tutti i modelli econometrici, è vincolato alla Contabilità ISTAT. Le due fonti, per una serie di motivi, producono dati non direttamente confrontabili. La perdita di informazione insita in ciò è ampia.

La prima fonte costituisce la più importante base informativa per valutare gli effetti delle policy a livello territoriale, ma non essendo raffrontabile con la seconda, in base alla quale sono costruiti gli strumenti empirici impiegati nel processo di valutazione, le potenzialità della banca dati CPT sono parzialmente ridotte.

Di seguito, è sinteticamente riportato il percorso seguito in questo esercizio per fare fronte a tale ostacolo. A riguardo, è quindi opportuno precisare che il tentativo qui effettuato, per quanto concerne la costruzione dei dati necessari, è da considerarsi assolutamente preliminare. Ciò vuole costituire uno stimolo a eventuali, necessari, approfondimenti in grado di permettere un collegamento tra le due fonti su basi ben più solide, nella convinzione che una linea di ricerca in tale direzione, di fatto sostanzialmente assente, rappresenterebbe un notevole miglioramento nella comprensione dei meccanismi e degli impatti che derivano dall’allocazione della spesa pubblica in conto capitale.

L’obiettivo primario dell’esercizio di valutazione è, come anticipato, quello di fornire un quadro di quale sarebbe stata l’evoluzione di alcune grandezze macroeconomiche (PIL, occupazione totale) nell’ipotesi che la clausola del “34%” fosse già attiva durante la “lunga crisi” (post 2009). A tale fine, è necessario partire dai dati CPT, fonte che fornisce la disaggregazione tra risorse ordinarie e aggiuntive su base territoriale, e pervenire ad una ricostruzione del livello di investimenti pubblici, coerente con il dato ISTAT e compatibile con una quota di risorse ordinarie del 34% a favore delle regioni del Sud.

Nella prime due righe di Tab. 1 compaiono il valore assoluto, e la relativa quota, delle risorse ordinarie della spesa in conto capitale effettivamente andata al Sud così come riportato nel Quadro Finanziaro Unico fornito dall’Agenzia per la Coesione Territoriale. Nelle righe successive il medesimo valore è calcolato ipotizzando che tra il 2009 e il 2015 il Sud abbia beneficiato di un ammontare di risorse pari al 34% (a valori costanti). È anche riportato il vecchio e nuovo ammontare di risorse destinato, sempre per interventi ordinari, alle regioni centro-settentrionali. L’esercizio, infatti, è condotto adottando l’ipotesi che l’ammontare di risorse ordinarie non vari a scala nazionale.

Il passaggio successivo è stato verificare se tra i dati di fonte CPT, finora adoperati, e gli investimenti pubblici, così come rilasciati dall’ISTAT, esiste un livello accettabile di confrontabilità. Sempre in Tab. 1 è riportato, a scala nazionale, il livello degli investimenti pubblici di fonte ISTAT depurato da alcune voci (Armamenti, e spese in R&S) e l’ammontare di investimenti così come risulta dai CPT (i valori sono espressi a valori correnti). Ora, tenendo presente sia le difformità nell’universo di riferimento adoperato dalle due fonti unitamente ad alcune discrepanze classificatorie, le differenze tra le due serie, al netto del dato relativo al 2002 (¹) (peraltro al di fuori del periodo da noi adoperato nell’esercizio di valutazione), sono comunque contenute entro il 10%. Il raffronto è indispensabile in quanto il fatto che le due serie non risultino molto difformi assicura che tra i livelli dei dati CPT, punto di partenza, e quelli ISTAT, impiegati nella simulazione, non esistono differenze ampie in grado di modificare il valore dei moltiplicatori d’impatto. Con ulteriori raffinamenti, qui non riportati, le due serie sono state rese omogenee.

A questo punto è opportuno precisare che la SVIMEZ, per la costruzione del proprio modello econometrico, ha da tempo proceduto ad una stima territoriale degli investimenti pubblici, così come a quella di altre grandezze relative alle principali variabili fiscali, coerenti con il dato nazionale ISTAT.

Di conseguenza, il livello degli investimenti pubblici “effettivi” per il periodo 2009/2015 è stato modificato in modo da replicare un ammontare coerente con la clausola del “34%”. Per fare questo, si è partiti dalla variazione percentuale tra il livello effettivo delle risorse ordinarie che si è avuto nel periodo 2009/2015 e quello che si sarebbe avuto applicando la clausola, riportati all’inizio di Tab. 1(²). I valori (a prezzi correnti) così ottenuti sono riportati nell’ultima riga di Tab. 1. Sono questi i valori, opportunamente deflazionati, adoperati nell’esercizio di simulazione.

[ (1) La forte e inusuale discrepanza osservata in quest’anno è da attribuire alla cartolarizzazione di alcune spese d’investimento considerate nei dati CPT e escluse dall’ISTAT (v. Rapporto Annuale 2005, Dipartimento per le Politiche di Sviluppo e Coesione, p.110, 31 gennaio 2006, Roma.).

(2 )Non si è potuto calcolare tout-court un livello di investimenti pubblici al Sud pari ad una quota del 34% per il seguente motivo. Gli investimenti pubblici relativi alle due circoscrizioni stimati dalla SVIMEZ, e coerenti con il dato ISTAT, considerano al loro interno sia le risorse ordinarie che quelle c.d. aggiuntive, in cui ricadono gli interventi legati ai fondi strutturali in gran parte destinati al Sud. Di conseguenza, la quota di investimenti pubblici al Sud è spesso già di per sé superiore al 30%, nettamente maggiore a quella che le sole risorse ordinarie meridionali hanno sul corrispettivo valore italiano. L’impossibilità, all’interno del dato ISTAT, di dividere tra risorse ordinarie e quelle aggiuntive ha reso necessario, nel processo di valutazione, calcolare una quota di investimenti pubblici al Sud superiore al 34% previsto dal decreto-legge per le risorse ordinarie ma che fosse in grado di simularne l’effetto. La “spaccatura” tra risorse ordinarie e aggiuntive all’interno del dato ISTAT potrebbe costituire un importante campo di analisi.]

In Tab. 2 sono riportati i risultati dell’esercizio effettuato: precisamente, sono stati calcolati gli effetti su PIL e occupazione di Sud, Centro-Nord e Italia qualora la quota di risorse pubbliche ordinarie in conto capitale a favore delle regioni meridionali fosse stata pari al 34% del totale nazionale tra il 2009 e il 2015.

Prima di passare al commento dei dati è opportuno esplicitare un ultimo caveat. Il nuovo livello di investimenti pubblici, coerente con una quota di risorse ordinarie del 34% a favore del Sud, è stato calcolato mantenendo invariata la composizione tra opere pubbliche e le altre tipologie di investimenti effettivamente realizzata nel periodo 2009/2015. Poiché in questo periodo la spesa in opere pubbliche ha subito un calo relativamente maggiore, e il valore del moltiplicatore associato a questa tipologia di beni è invece tra i più elevati, i risultati riportati in Tab. 2, che “scontano” una quota di opere pubbliche via via minore (pur all’interno di un ammontare in valore assoluto maggiore), possono essere ritenuti prudenziali.

In linea generale, lo spostamento di risorse a favore delle regioni del Sud ha un impatto positivo – di entità apprezzabile – sul Mezzogiorno e di segno opposto – ma molto più contenuto – nel Centro-Nord, e assai modesto – ma sempre positivo – a livello nazionale.

Più nel dettaglio, nell’ipotesi in cui tra il 2009 e il 2015 fosse stata attivata la clausola del 34%, il PIL del Sud avrebbe praticamente dimezzato la perdita accusata dal 2008: -5,4% vs. un calo effettivo del 10,7%, recuperando, sempre in via ipotetica, circa 5,3 punti percentuali di reddito. In termini di occupazione l’impatto della clausola appare particolarmente consistente: il calo dell’occupazione, commisuratosi effettivamente in quasi 7 punti percentuali (-6,8%), sarebbe infatti risultato inferiore di 4 punti. I posti di lavoro “salvati” avrebbero sfiorato le 300.000 unità.

Lo spostamento di risorse dal Centro-Nord al Sud, stante il vincolo di non modificare il totale nazionale, avrebbe comportato nelle regioni più sviluppate una perdita di PIL, nell’intero periodo, di 1,3 punti percentuali. È interessante notare come nell’ipotesi di attivazione della clausola la flessione del PIL sarebbe risultata di entità maggiore nel Centro-Nord (-7,6%), rispetto a quella del Sud (-5,4%). Quanto al “sacrificio” occupazionale imposto alle regioni centro-settentrionali, esso sarebbe risultato nel complesso assai modesto: la caduta occupazionale, sempre rispetto a quella effettiva, sarebbe stata maggiore di soli due decimi di punto percentuale (37.600 occupati persi in più).

Le conseguenze asimmetriche che, come si è avuto modo di osservare, derivano dallo spostamento delle risorse ordinarie a favore del Sud derivano dalla presenza di alcuni meccanismi economici piuttosto noti che operano a favore delle aree più sviluppate, e tali da mitigarne gli effetti potenzialmente negativi. In sintesi, nel Sud il tessuto produttivo, sotto il profilo quantitativo e qualitativo, è assai meno fitto e strutturato di quello del resto del Paese;

fenomeno comunemente sintetizzato nell’assunto che la matrice d’offerta meridionale è comparativamente più incompleta. Questo implica che una variazione di domanda che si crea nel Mezzogiorno genera una richiesta di input e servizi al resto del Paese in misura significativamente maggiore di quanto avviene nel caso opposto. In altre parole, una parte della domanda aggiuntiva che si crea nel Sud in seguito, ad esempio, all’attivazione della clausola è soddisfatta con produzione e occupazione attivata nelle regioni del Centro-Nord (c.d. effetto feed-back).

A scala nazionale, la redistribuzione delle risorse per interventi ordinari ha un effetto modesto ma positivo. La caduta di PIL, in caso di attivazione della clausola, sarebbe risultata minore, nell’intero periodo, di due decimi di punto percentuale. Con riferimento all’occupazione, invece, i risultati, sulla scia di quanto visto nelle due circoscrizioni (forte riduzione del calo occupazionale nel Sud e piccola perdita aggiuntiva nel Centro-Nord) verrebbero ad essere più significativi: nel complesso, si sarebbero persi circa 185.000 posti di lavoro in meno.

Quanto al costo di questa operazione di redistribuzione delle risorse, esso si può valutare nell’insieme più che accettabile. Il rapporto deficit/PIL, nell’intero periodo, sarebbe peggiorato di quasi sei decimi di punto percentuale, poco meno di un decimo all’anno (pari a circa 1,5 miliardi di maggiore indebitamento). Il modesto peggioramento di questo fondamentale parametro di finanza pubblica sarebbe imputabile al fatto che lo spostamento delle risorse avverrebbe da un’area – il Centro-Nord – con aliquote su redditi di persone fisiche e imprese mediamente più elevate di quelle che si riscontrano nel Sud. In proposito va detto che, ai fini di una più corretta

valutazione di costi e benefici di questa redistribuzione nell’uso di date risorse pubbliche, a fronte del minor gettito fiscale stanno i minori costi che la riduzione di quasi 190.000 unità di lavoro disoccupate ha per le finanze pubbliche, sia in termini di ammortizzatori sociali che di misure di contrasto alla povertà; per non parlare, poi, del ritorno, non facilmente monetizzabile, che un’efficace azione di coesione territoriale comporta sul fronte del contrasto alla disgregazione sociale.

Per offrire un’idea più precisa della capacità propulsiva esercitata dagli investimenti pubblici nell’economia meridionale, in Tab. 3 si è ripetuto l’esercizio di valutazione effettuato apportando l’importante modifica che, ferma restando la clausola del “34%”, muti la composizione della spesa in investimenti pubblici. Precisamente, la quota in opere pubbliche meridionali, non sia quella – in diminuzione – effettivamente osservata nel periodo di simulazione (1999/2015, ipotesi impiegata in precedenza), bensì quella (più alta) registrata in media tra il 1985 e il 2000. A riguardo, infatti, va ricordato che le due circoscrizioni hanno seguito un pattern differente per quanto riguarda l’incidenza degli investimenti in opere pubbliche all’interno della spesa in investimenti. In base a stime effettuate dalla SVIMEZ, nel primo arco temporale (1985/2000) il peso della spesa in opere pubbliche sul totale degli investimenti pubblici è stata pari, nel Sud, a poco più del 60%, per ridursi negli anni della “lunga crisi” a meno del 30%. Nel Centro-Nord, l’incidenza degli investimenti in opere pubbliche era, tra il 1985 ed il 2000, sostanzialmente analoga a quella riscontrata nelle regioni meridionali;

successivamente, pur all’interno di un decalage dell’ammontare assoluto della spesa in investimenti pubblici, essa è aumentata intorno ad un valore del 70%.

Ciò detto, in Tab. 3, come anticipato, sono riportati i risultati di questo secondo esercizio di simulazione. Le conclusioni cui si è pervenuti si commentano da sole. Il risultato più evidente è che l’applicazione della clausola del 34% con una composizione degli investimenti pubblici analoga a quella del periodo 1985/2000 avrebbe determinato, nel Sud, il sostanziale annullamento della perdita di prodotto effettivamente avutasi tra il 2009 e il 2015 (-10,7%); il PIL del Sud avrebbe addirittura segnato, sempre nell’intero periodo, un modesto incremento (+1,9%). Ciò, si ricorda, lasciando invariato il trend, in diminuzione, relativo agli investimenti pubblici nazionali, e nelle due ripartizioni, durante gli anni della “lunga crisi”. Anche l’occupazione avrebbe tratto un forte beneficio da questa diversa ripartizione della spesa in investimenti pubblici nel Sud: i posti di lavoro sarebbero aumentati complessivamente di circa 200.000 unità, a fronte della perdita effettiva pari a quasi mezzo milione.

Dato il vincolo dell’invarianza dell’ammontare di risorse a livello nazionale, è evidente che quest’ultima – provocatoria – simulazione, che prevede anche una struttura più favorevole agli investimenti della spesa in conto capitale al Sud, determina un effetto recessivo sul resto del Paese di entità maggiore. Il PIL teoricamente perso dalle regioni centro-settentrionali verrebbe a commisurarsi infatti in circa un punto percentuale; l’occupazione complessiva sarebbe ulteriormente calata di 200.000 unità. Tuttavia, l’impatto a livello nazionale resta positivo e, rispetto ai dati riportati in Tab. 2, di entità maggiore: il PIL italiano avrebbe registrato una più contenuta caduta, negli anni della “lunga crisi”, di circa un punto percentuale in più rispetto a quella effettivamente avutasi, e la perdita occupazionale si sarebbe ridotta di circa due punti percentuali (pari ad un recupero di quasi 500.000 unità). Ed il costo di una manovra così articolata sarebbe risultato ancor più contenuto: il rapporto deficit/PIL nell’intero periodo di simulazione (2009/2015) sarebbe aumentato di appena un decimo di punto percentuale.

Le due simulazioni, suggeriscono alcune considerazioni.

In primo luogo la rilevanza dell’articolo 7-bis, che rischia di passare inosservato e – ancor peggio – inapplicato in carenza di una rapida predisposizione degli strumenti conoscitivi necessari per renderlo effettivamente operativo. In questa prospettiva le simulazioni SVIMEZ rappresentano un esercizio certamente e consapevolmente ardito, inteso a porre il problema, e a chiarire le opportunità che si offrono alla politica economica anche a risorse date.

Un fatto più consolidato, invece, è l’elevata elasticità dell’economia meridionale agli investimenti pubblici e a quelli in opere pubbliche in particolare. Certamente, a differenza di quanto avviene nel Centro-Nord, ciò si deve all’estrema debolezza dell’economia “di mercato” nel Sud, così che la spesa in conto capitale rappresenta un volano molto potente per far ripartire il Mezzogiorno. Proprio per questo, ciò rappresenta un’opportunità molto concreta da cogliere e che deve essere strategicamente orientata ad un rafforzamento e riposizionamento strutturale, essenziale per tutto il Paese.

Lo studio SVIMEZ, in definitiva, porta argomenti concreti per continuare a sostenere che “questa” redistribuzione, oltre a correggere una deriva penalizzante per le aree deboli, può realizzare una ottimizzazione nell’uso di un ammontare dato di risorse (quelle appunto destinate a investimenti pubblici). In altri termini: un aumento di efficienza ed efficacia della spesa pubblica che deve aprire a una possibile, e quanto mai necessaria, politica attiva di sviluppo.

La conciliazione, un problema di opportunità. Le istituzioni si confrontano

“Non è una questione di numeri ma di peso specifico. Non è importante quante donne si riuniscono ma quanto riescono a pesare”  – Lo ha detto Anna Petrone, consigliera regionale Pd per la provincia di Salerno, intervenuta al convegno organizzato dalla Commissione per le Pari Opportunità  presso il  Consiglio regionale della Campania, al Centro Direzionale di Napoli.

Quello delle donne è sempre un mondo difficile, immerso in mille problemi di cura, di conciliazione casa/lavoro, di violenze psicologiche e fisiche.

“I 4/5 delle discriminazioni sono dovute alle difficoltà di presenziare assiduamente ed agevolmente alla vita sociale extra famigliare”. E’ quanto ha affermato Franca Cipriani, Consigliera Nazionale per le Pari Opportunità, del Ministero del Lavoro.

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E alla fine è sempre, ed ancora, una questione di cultura.

Problemi di inserimento nel mondo del lavoro, problemi di valorizzazione della persona e delle abilità, problemi di carichi e gestione dei tempi, agguerrita concorrenza maschile (soprattutto nei periodi di crisi economiche!). Non c’è settore della vita dove la donna non incontri qualche problema, o debba sciogliere qualche nodo, o debba abbattere qualche ostacolo.

Il femmineo non è tanto quell’universo ben amalgamato nella vasta area sociale come si vuol far credere, pur portandone tutto il peso e la responsabilità.

L’Unione Europea tenta di abbattere la cultura che alza il muro invalicabile alla valorizzazione delle donne e cerca di analizzare attraverso le istituzioni territoriali il modo migliore per finanziare le start up femminili, o per favorire l’inserimento femminile nelle attività pubbliche e private.

Ecco il fiorire dei numerosi convegni per discutere e ragionare insieme, e principalmente, per incentivare le donne a favorirsi vicendevolmente.

Il convegno segue a tre giorni di distanza quello organizzato dalla Consulta Regionale della Campania, tenutosi presso il palazzo dell’Assessorato all’Agricoltura, sempre al Centro Direzionale di Napoli :  LAVORO_DELLE_DONNE_27-03-2017

E precede quello organizzato dal Comune di Napoli :

Favorire l’inserimento delle donne nel mondo del lavoro,  venerdì 31 marzo,  alle ore 11,30 presso la sala “Metafora” del nuovo palazzo di Giustizia.

Il convegno fa parte del programma del comune di Napoli “Marzo Donna 2017, una Rete di opportunità” ed prende l’avvio dal Comitato pari opportunità dell’Ordine degli avvocati di Napoli.
Per l’occasione sarà presentato il protocollo d’intesa sottoscritto dal Consiglio nazionale forense e dalla presidenza del Consiglio dei ministri, che intende privilegiare l’incontro tra domanda e offerta di professioniste da inserire nelle posizioni di vertice di società controllate da pubbliche amministrazioni ed enti pubblici.

Prenderanno parte al convegno il presidente dell’Avvocatura napoletana, Armando Rossi, l’assessore per le pari opportunità del comune di Napoli, Daniela Villani, gli avvocati Fabrizia Krogh, Daniela Farone, Salvatore Impradice, Maria Masi, Antonio de Notaristefani, Maria D’Elia, Lucia Pavone, il sostituto Procuratore della Repubblica presso il tribunale Giuseppe Visone e l’advisor di Pricewaterhouse Coopers, Aurelio Fedele.

 

Democrazia è ancora una virtù? Tutto appare corrotto, persino le parole. Un convegno dell’Associazione ’Il sabato delle idee’

 

Quando decisionismo non fa rima con partecipazione. Lo scenario mondiale al tempo della globalizzazione tra spinte in avanti e ripensamenti politici

Un convegno ‘Tre scenari per la crisi’ organizzato dall’Associazione Il sabato delle idee

 

Cosa ne è stato della democrazia? Cosa del Partito Democratico così come è nato: circoli, partecipazione, vicinanza ai territori, decisioni prese attraverso l’interrogazione dei propri elettori. E cosa del Movimento Cinque Stelle, la sua connettività, la sua democrazia così social? A pochi anni dalla nascita, due dei maggiori partiti italiani si presentano sostanzialmete diversi da come sono nati. Almeno così appare. Ma la cosa coinvolge anche la destra.

Il Pd, nello specifico, si presenta diverso, ancorato all’idea del leaderismo quale sta attraversando l’intero globo in fondo, dall’America di Trump alla Russia di Putin, passando per il Medio Oriente.

Cambiano l’idea , la filosofia e l’impostazione della democrazia? E come può uno scenario sì fatto gestire e amministrare le istanze della globalizzazione con il suo aumentato bisogno di diritti e difese per i cittadini? Può il leaderismo staccarsi dalle necessità reali dei paesi per orientarsi principalmente verso le necessità della politica o dell’alta finanza, o dei vertici di comando senza fallire rovinosamente, senza generare vuoti e sacche di potere che finirebbero inevitabilmente, come già in passato, per ritorcerglisi contro?

Le manifestazioni di Napoli sono un  esempio: il Sindaco De Magistris che invoca democrazia vs l’avversario Salvini che vuole raccogliere consensi a Napoli, sullo sfondo di una manifestazioe violenta e rumorosa.

Puo’ tutto questo definirsi democrazia? La democrazia esiste ancora?

Queste domande, ed altre ancora, potrebbero essere poste in sede del convegno Tre scenari per la crisi, che si svolgerà presso il Complesso dei SS. Marcellino e Festo in Largo San Marcellino, 10 a Napoli, il giorno 18 marzo alle ore 10.30. Il convegno, che terminerà alle ore 14, vedrà la partecipazione dei chiarissimi relatori Marco Damilano, vicedirettore l’Espresso; Nando Pagnoncelli, presidente Ipsos, Ottavio Lucarelli, presidente odg Campania; Gaetano Manfredi, Rettore Federico II; Marco Salvatore, professore universitario; Mauro Calise, professore universitario; La convention sarà aperta dai saluti di Lucio D’Alessandro, Rettore dell’Università Suor Orsola Benincasa

L’incontro è inserito nel piano di aggiornamento e formazione professionale dell’Ordine Nazionale dei Giornalisti (4 crediti). L’accredito avviene tramite la piattaforma SIGEF

 

VEDI ON LINE:

Consiglio dei Ministri 127 del 30 agosto 2016

 

 

uffici giudiziari con molte carte

 

Efficienza degli Uffici Giudiziari e recepimento della Direttiva Europea su riconoscimento dei diritti di informare un terzo in caso di mandato di arresto europeo. La querelle è storica e datata e risale per l’appunto al 2013. E’ evidente che nel frattempo sono intervenuti aggiornamenti, di cui attendiamo notizia dal Comunicato stampa del Governo al termine del Consiglio dei Ministri.

ORDINE DEL GIORNO

  • DECRETO-LEGGE: Misure urgenti per la definizione del contenzioso presso la Corte di cassazione, per l’efficienza degli uffici giudiziari, nonché per la giustizia amministrativa (GIUSTIZIA);
  • DECRETO LEGISLATIVO: Attuazione della direttiva 2013/48/UE relativa al diritto di avvalersi di un difensore nel procedimento penale e nel procedimento di esecuzione del mandato d’arresto europeo, al diritto di informare un terzo al momento della privazione della libertà personale e al diritto delle persone private della libertà personale di comunicare con terzi e con le Autorità consolari (PRESIDENZA – GIUSTIZIA)

Intanto una buona lettura di approfondimento, risalente all’epoca della emanazione della direttiva, che tra l’altro novellava una precedente disposizione … al link sotto!

DIRITTO PENALE CONTEMPORANEO :

La Direttiva 2013/48/UE sul diritto al difensore e a comunicare con terzi e autorità consolari in caso di privazione della libertà personale

 

 

Ricerca: più facili le assunzioni

 

2,5 miliardi di fondi pubblici per la ricerca.

Programmi innovativi per aumentare il numero di ricercatori in Italia e dall’estero. Investimenti mirati sulle Infrastrutture. Quattro aree prioritarie per la ricerca applicata: Aerospazio, Agrifood, Salute, Industria 4.0. Più sinergia fra sistema pubblico e privato. Un programma strategico per il Sud.

Questi i punti centrali del Programma Nazionale per la Ricerca (PNR 20015-2020). Il Programma destina oltre il 40% delle risorse totali al Capitale Umano, con l’obiettivo di aumentare il numero di ricercatori e dottori di ricerca nel Paese e di attrarre i migliori talenti. In particolare è previsto l’ingresso di 6.000 giovani (dottori e ricercatori) in più rispetto agli stanziamenti ordinari.

In linea con ciò di cui sopra,  il decreto del governo di ieri sera, nel suo esame preliminare, in vista del passaggio parlamentare, consente piena libertà gestionale e statutaria per gli Enti, il recepimento della Carta europea dei ricercatori e più libertà nelle assunzioni dei ricercatori. Come accade già per le Università, gli Enti che hanno risorse per farlo potranno assumere liberamente entro il limite dell’80% del proprio bilancio. L’unico vincolo sarà il rispetto del budget.

Ma non è ancora certo se saranno triplicati i fondi per le Infrastrutture di ricerca come previsto del PNR varato l’anno scorso. Per il momento neanche un accenno al dato dei finanziamenti statali.

E’ vero che il PNR parla di mobilitazione di risorse aggiuntive ma parla anche in termini di cifre precise per investimenti, e di queste cifre, sembra che nel decreto esaminato dal Consiglio dei Ministri di ieri sera,  non vi sia accenno.

Il PNR prevede programmi innovativi sul capitale umano per attrarre studiosi dall’estero e sostenere i più giovani nella competizione per l’ottenimento di fondi UE. Viene riservata particolare attenzione ai vincitori di Grant europei (ERC) che saranno incentivati a scegliere l’Italia come sede per i loro progetti attraverso finanziamenti aggiuntivi per la creazione di un loro team di ricerca.

Sembrerebbero buone nuove, almeno sulla carta,  nella speranza che non vengano messe sul piatto della contrattazione al momento del referendum

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