I soldi pubblici della Regione Campania

 

Non so se capita a voi ma a me capita quasi sempre,  quando sento parlare di deficit pubblico o debito pubblico oppure pericolo di default statale, mi chiedo : ‘ma i soldi pubblici, quelli che tutti noi cittadini  eroghiamo sistematicamente  allo Stato o agli Enti Locali, con il puntuale pagamento delle tasse (e a volte sono anche cifre considerevoli a cranio), che fine fanno? non riescono a coprire tutto il necessario per mandare avanti servizi e corrispettivi al cittadino ?

I bilanci dello Stato o delle Regioni e loro Enti Locali sono spesso avvolti da un’aura di mistero, vuoi perché la materia è oltre modo monotona e poco affascinante, vuoi perché è veramente difficile districarsi tra report economici di ampie dimensioni, benché accessibili e pubblicati periodicamente, vuoi perché effettivamente non è che poi ci si capisca molto, bisogna essere veramente esperti.

Così spesso le domande, legittime, in tema di economia pubblica,  rimangono senza risposta, tranne qualche sporadica informazione che ci viene dalla TV a di pillola semplificata.

Con l’avvento del digitale sembra che lo stato delle cose in questo campo tenda a modificarsi poiché si stanno sviluppando sempre più siti che mettono in rete i conti pubblici commentati e  le loro statistiche di rito.

Recentemente, da buona smanettatrice di rete, ne ho trovato uno estremamente affidabile, consigliato addirittura dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri.

Incuriosita, sono andata a pescarmi i primi dati che potevano interessarmi in prima persona : la spesa pubblica della Regione Campania, e nello specifico la spesa per lavoro dipendente.  …. non funziona !!!!!! Ho ricavato i dati che seguono ( nella tabella in basso)  ma non portano a nulla, oltretutto c’è la voce : spesa ma nessuna voce : introito … Che dire ! Li pubblico comunque, forse chi legge è più bravo di me e riesce a ricavarci qualcosa …

Ho scoperto così che la Regione Campania spende in milioni di euro  :

Nello specifico a tutto il 2018

la spesa per Napoli è di 13.950    mln di euro

la spesa per Salerno è di 1.586       ”    ”    “

la spesa per per Avellino  è di 855  ”   ”    “

la spesa per Benevento  è di 444     ”   ”   “

la spesa per Caserta è di  1923        ”   ”   “

 

Vi lascio il link al sito : Soldi pubblici  sarete sicuramente più bravi di me .

 

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Se il Mezzogiorno decresce e si svaluta spesa e lavoro, tutto il paese ne risente

In passato si era stabilito di destinare una quota specifica della spesa in conto capitale dello Stato a favore del Sud: nei DPEF successivi al ciclo di programmazione dei fondi strutturali 2000-2006 tale obiettivo fu fissato al 30% delle risorse ordinarie e al 45% di quelle totali.

Successivamente, nella legge Finanziaria del 2005, fu scritto che le amministrazioni centrali si dovevano conformare all’obiettivo di destinare al Mezzogiorno almeno il 30% della spesa ordinaria in conto capitale.

Ma poi, dal DPEF 2009-2011, tale obiettivo programmatico non fu più indicato. Nel corso di un’audizione in Parlamento nel febbraio 2010 la SVIMEZ fece notare che “la quota di spesa pubblica in conto capitale complessivamente effettuata nelle regioni meridionali era passata, con un progressivo declino, dal 40,4% del 2001 al 35,3% nel 2007, e la sola quota di spesa ordinaria destinata alla formazione di capitale nel Mezzogiorno era stata pari nel 2007 ad appena il 21,4%” e metteva in evidenza come gli obiettivi programmatici erano stati sistematicamente disattesi, fino a scomparire.

E’ quanto emerge dalla relazione a –  cura di Adriano Giannola e Stefano Prezioso, rispettivamente Presidente e Ricercatore della SVIMEZ – che accompagna l’ultimo rapporto elaborato e pubblicato dall’Associazione per lo Sviluppo per il Mezzogiorno.  Dove si legge  che dal 2009 e fino al 2015, anno finale della ricerca analitica di valutazione della perfomance dell’economia statale e del Mezzogiorno attraverso la scomposizione della clausola del 34% delle risorse ordinarie destinate al Sud, il Pil complessivo del paese è diminuito per effetto delle disattese politiche economiche già fissate in legge.

NELLO SPECIFICO :

L’art.7-bis del decreto-legge 29 dicembre 2016, n. 243, convertito con modificazioni, dalla legge 27 febbraio 2017, n. 18, dispone che la quota delle risorse ordinarie delle spese in conto capitale a favore delle otto regioni del Mezzogiorno non sia inferiore al 34% del totale nazionale.

Quest’ultimo valore non è casuale, in quanto è analogo al peso che la popolazione del Meridione ha sull’intero aggregato nazionale.

Tale indicazione, inoltre, implica un significativo effetto perequativo eppure rispetto alla situazione osservata, ormai da anni, risulta tale quota di entità nettamente inferiore al valore indicato dalla disposizione di legge ed i relativi effetti disattesi.

Il problema non è nuovo, già in passato si era stabilito di destinare una quota specifica della spesa in conto capitale dello Stato a favore del Sud: nei DPEF successivi al ciclo di programmazione dei fondi strutturali 2000-2006 tale obiettivo fu fissato al 30% delle risorse ordinarie e al 45% di quelle totali; successivamente, nella legge Finanziaria del 2005, fu scritto che le amministrazioni centrali si dovevano conformare all’obiettivo di destinare al Mezzogiorno almeno il 30% della spesa ordinaria in conto capitale. Ma poi, dal DPEF 2009-2011, tale obiettivo programmatico non fu più indicato. Nel corso di un’audizione in Parlamento nel febbraio 2010 la SVIMEZ fece notare che “la quota di spesa pubblica in conto capitale complessivamente effettuata nelle regioni meridionali era passata, con un progressivo declino, dal 40,4% del 2001 al 35,3% nel 2007, e la sola quota di spesa ordinaria destinata alla formazione di capitale nel Mezzogiorno era stata pari nel 2007 ad appena il 21,4%” e metteva in evidenza come gli obiettivi programmatici erano stati sistematicamente disattesi, fino a scomparire.

SVIMEZ < link

Al fine di valutare la portata del rinnovato impegno legislativo, la SVIMEZ con il proprio modello econometrico ha effettuato un esercizio volto a valutare quali sarebbero state le conseguenze per l’economia meridionale se tale quota fosse stata garantita anche negli anni della “lunga crisi” caratterizzati, come noto, da un drastico calo della spesa in conto capitale (per la verità, sia ordinaria che aggiuntiva) particolarmente intensa nelle regioni meridionali. Prima di passare al commento dei risultati, è opportuno esporre alcune ipotesi adottate per “costruire” i dati indispensabili per eseguire l’esercizio di valutazione.

Com’è noto, la base informativa relativa alla spesa in conto capitale effettuata nelle Regioni è costituita dai Conti Pubblici Territoriali (CPT). Il modello della SVIMEZ, come tutti i modelli econometrici, è vincolato alla Contabilità ISTAT. Le due fonti, per una serie di motivi, producono dati non direttamente confrontabili. La perdita di informazione insita in ciò è ampia.

La prima fonte costituisce la più importante base informativa per valutare gli effetti delle policy a livello territoriale, ma non essendo raffrontabile con la seconda, in base alla quale sono costruiti gli strumenti empirici impiegati nel processo di valutazione, le potenzialità della banca dati CPT sono parzialmente ridotte.

Di seguito, è sinteticamente riportato il percorso seguito in questo esercizio per fare fronte a tale ostacolo. A riguardo, è quindi opportuno precisare che il tentativo qui effettuato, per quanto concerne la costruzione dei dati necessari, è da considerarsi assolutamente preliminare. Ciò vuole costituire uno stimolo a eventuali, necessari, approfondimenti in grado di permettere un collegamento tra le due fonti su basi ben più solide, nella convinzione che una linea di ricerca in tale direzione, di fatto sostanzialmente assente, rappresenterebbe un notevole miglioramento nella comprensione dei meccanismi e degli impatti che derivano dall’allocazione della spesa pubblica in conto capitale.

L’obiettivo primario dell’esercizio di valutazione è, come anticipato, quello di fornire un quadro di quale sarebbe stata l’evoluzione di alcune grandezze macroeconomiche (PIL, occupazione totale) nell’ipotesi che la clausola del “34%” fosse già attiva durante la “lunga crisi” (post 2009). A tale fine, è necessario partire dai dati CPT, fonte che fornisce la disaggregazione tra risorse ordinarie e aggiuntive su base territoriale, e pervenire ad una ricostruzione del livello di investimenti pubblici, coerente con il dato ISTAT e compatibile con una quota di risorse ordinarie del 34% a favore delle regioni del Sud.

Nella prime due righe di Tab. 1 compaiono il valore assoluto, e la relativa quota, delle risorse ordinarie della spesa in conto capitale effettivamente andata al Sud così come riportato nel Quadro Finanziaro Unico fornito dall’Agenzia per la Coesione Territoriale. Nelle righe successive il medesimo valore è calcolato ipotizzando che tra il 2009 e il 2015 il Sud abbia beneficiato di un ammontare di risorse pari al 34% (a valori costanti). È anche riportato il vecchio e nuovo ammontare di risorse destinato, sempre per interventi ordinari, alle regioni centro-settentrionali. L’esercizio, infatti, è condotto adottando l’ipotesi che l’ammontare di risorse ordinarie non vari a scala nazionale.

Il passaggio successivo è stato verificare se tra i dati di fonte CPT, finora adoperati, e gli investimenti pubblici, così come rilasciati dall’ISTAT, esiste un livello accettabile di confrontabilità. Sempre in Tab. 1 è riportato, a scala nazionale, il livello degli investimenti pubblici di fonte ISTAT depurato da alcune voci (Armamenti, e spese in R&S) e l’ammontare di investimenti così come risulta dai CPT (i valori sono espressi a valori correnti). Ora, tenendo presente sia le difformità nell’universo di riferimento adoperato dalle due fonti unitamente ad alcune discrepanze classificatorie, le differenze tra le due serie, al netto del dato relativo al 2002 (¹) (peraltro al di fuori del periodo da noi adoperato nell’esercizio di valutazione), sono comunque contenute entro il 10%. Il raffronto è indispensabile in quanto il fatto che le due serie non risultino molto difformi assicura che tra i livelli dei dati CPT, punto di partenza, e quelli ISTAT, impiegati nella simulazione, non esistono differenze ampie in grado di modificare il valore dei moltiplicatori d’impatto. Con ulteriori raffinamenti, qui non riportati, le due serie sono state rese omogenee.

A questo punto è opportuno precisare che la SVIMEZ, per la costruzione del proprio modello econometrico, ha da tempo proceduto ad una stima territoriale degli investimenti pubblici, così come a quella di altre grandezze relative alle principali variabili fiscali, coerenti con il dato nazionale ISTAT.

Di conseguenza, il livello degli investimenti pubblici “effettivi” per il periodo 2009/2015 è stato modificato in modo da replicare un ammontare coerente con la clausola del “34%”. Per fare questo, si è partiti dalla variazione percentuale tra il livello effettivo delle risorse ordinarie che si è avuto nel periodo 2009/2015 e quello che si sarebbe avuto applicando la clausola, riportati all’inizio di Tab. 1(²). I valori (a prezzi correnti) così ottenuti sono riportati nell’ultima riga di Tab. 1. Sono questi i valori, opportunamente deflazionati, adoperati nell’esercizio di simulazione.

[ (1) La forte e inusuale discrepanza osservata in quest’anno è da attribuire alla cartolarizzazione di alcune spese d’investimento considerate nei dati CPT e escluse dall’ISTAT (v. Rapporto Annuale 2005, Dipartimento per le Politiche di Sviluppo e Coesione, p.110, 31 gennaio 2006, Roma.).

(2 )Non si è potuto calcolare tout-court un livello di investimenti pubblici al Sud pari ad una quota del 34% per il seguente motivo. Gli investimenti pubblici relativi alle due circoscrizioni stimati dalla SVIMEZ, e coerenti con il dato ISTAT, considerano al loro interno sia le risorse ordinarie che quelle c.d. aggiuntive, in cui ricadono gli interventi legati ai fondi strutturali in gran parte destinati al Sud. Di conseguenza, la quota di investimenti pubblici al Sud è spesso già di per sé superiore al 30%, nettamente maggiore a quella che le sole risorse ordinarie meridionali hanno sul corrispettivo valore italiano. L’impossibilità, all’interno del dato ISTAT, di dividere tra risorse ordinarie e quelle aggiuntive ha reso necessario, nel processo di valutazione, calcolare una quota di investimenti pubblici al Sud superiore al 34% previsto dal decreto-legge per le risorse ordinarie ma che fosse in grado di simularne l’effetto. La “spaccatura” tra risorse ordinarie e aggiuntive all’interno del dato ISTAT potrebbe costituire un importante campo di analisi.]

In Tab. 2 sono riportati i risultati dell’esercizio effettuato: precisamente, sono stati calcolati gli effetti su PIL e occupazione di Sud, Centro-Nord e Italia qualora la quota di risorse pubbliche ordinarie in conto capitale a favore delle regioni meridionali fosse stata pari al 34% del totale nazionale tra il 2009 e il 2015.

Prima di passare al commento dei dati è opportuno esplicitare un ultimo caveat. Il nuovo livello di investimenti pubblici, coerente con una quota di risorse ordinarie del 34% a favore del Sud, è stato calcolato mantenendo invariata la composizione tra opere pubbliche e le altre tipologie di investimenti effettivamente realizzata nel periodo 2009/2015. Poiché in questo periodo la spesa in opere pubbliche ha subito un calo relativamente maggiore, e il valore del moltiplicatore associato a questa tipologia di beni è invece tra i più elevati, i risultati riportati in Tab. 2, che “scontano” una quota di opere pubbliche via via minore (pur all’interno di un ammontare in valore assoluto maggiore), possono essere ritenuti prudenziali.

In linea generale, lo spostamento di risorse a favore delle regioni del Sud ha un impatto positivo – di entità apprezzabile – sul Mezzogiorno e di segno opposto – ma molto più contenuto – nel Centro-Nord, e assai modesto – ma sempre positivo – a livello nazionale.

Più nel dettaglio, nell’ipotesi in cui tra il 2009 e il 2015 fosse stata attivata la clausola del 34%, il PIL del Sud avrebbe praticamente dimezzato la perdita accusata dal 2008: -5,4% vs. un calo effettivo del 10,7%, recuperando, sempre in via ipotetica, circa 5,3 punti percentuali di reddito. In termini di occupazione l’impatto della clausola appare particolarmente consistente: il calo dell’occupazione, commisuratosi effettivamente in quasi 7 punti percentuali (-6,8%), sarebbe infatti risultato inferiore di 4 punti. I posti di lavoro “salvati” avrebbero sfiorato le 300.000 unità.

Lo spostamento di risorse dal Centro-Nord al Sud, stante il vincolo di non modificare il totale nazionale, avrebbe comportato nelle regioni più sviluppate una perdita di PIL, nell’intero periodo, di 1,3 punti percentuali. È interessante notare come nell’ipotesi di attivazione della clausola la flessione del PIL sarebbe risultata di entità maggiore nel Centro-Nord (-7,6%), rispetto a quella del Sud (-5,4%). Quanto al “sacrificio” occupazionale imposto alle regioni centro-settentrionali, esso sarebbe risultato nel complesso assai modesto: la caduta occupazionale, sempre rispetto a quella effettiva, sarebbe stata maggiore di soli due decimi di punto percentuale (37.600 occupati persi in più).

Le conseguenze asimmetriche che, come si è avuto modo di osservare, derivano dallo spostamento delle risorse ordinarie a favore del Sud derivano dalla presenza di alcuni meccanismi economici piuttosto noti che operano a favore delle aree più sviluppate, e tali da mitigarne gli effetti potenzialmente negativi. In sintesi, nel Sud il tessuto produttivo, sotto il profilo quantitativo e qualitativo, è assai meno fitto e strutturato di quello del resto del Paese;

fenomeno comunemente sintetizzato nell’assunto che la matrice d’offerta meridionale è comparativamente più incompleta. Questo implica che una variazione di domanda che si crea nel Mezzogiorno genera una richiesta di input e servizi al resto del Paese in misura significativamente maggiore di quanto avviene nel caso opposto. In altre parole, una parte della domanda aggiuntiva che si crea nel Sud in seguito, ad esempio, all’attivazione della clausola è soddisfatta con produzione e occupazione attivata nelle regioni del Centro-Nord (c.d. effetto feed-back).

A scala nazionale, la redistribuzione delle risorse per interventi ordinari ha un effetto modesto ma positivo. La caduta di PIL, in caso di attivazione della clausola, sarebbe risultata minore, nell’intero periodo, di due decimi di punto percentuale. Con riferimento all’occupazione, invece, i risultati, sulla scia di quanto visto nelle due circoscrizioni (forte riduzione del calo occupazionale nel Sud e piccola perdita aggiuntiva nel Centro-Nord) verrebbero ad essere più significativi: nel complesso, si sarebbero persi circa 185.000 posti di lavoro in meno.

Quanto al costo di questa operazione di redistribuzione delle risorse, esso si può valutare nell’insieme più che accettabile. Il rapporto deficit/PIL, nell’intero periodo, sarebbe peggiorato di quasi sei decimi di punto percentuale, poco meno di un decimo all’anno (pari a circa 1,5 miliardi di maggiore indebitamento). Il modesto peggioramento di questo fondamentale parametro di finanza pubblica sarebbe imputabile al fatto che lo spostamento delle risorse avverrebbe da un’area – il Centro-Nord – con aliquote su redditi di persone fisiche e imprese mediamente più elevate di quelle che si riscontrano nel Sud. In proposito va detto che, ai fini di una più corretta

valutazione di costi e benefici di questa redistribuzione nell’uso di date risorse pubbliche, a fronte del minor gettito fiscale stanno i minori costi che la riduzione di quasi 190.000 unità di lavoro disoccupate ha per le finanze pubbliche, sia in termini di ammortizzatori sociali che di misure di contrasto alla povertà; per non parlare, poi, del ritorno, non facilmente monetizzabile, che un’efficace azione di coesione territoriale comporta sul fronte del contrasto alla disgregazione sociale.

Per offrire un’idea più precisa della capacità propulsiva esercitata dagli investimenti pubblici nell’economia meridionale, in Tab. 3 si è ripetuto l’esercizio di valutazione effettuato apportando l’importante modifica che, ferma restando la clausola del “34%”, muti la composizione della spesa in investimenti pubblici. Precisamente, la quota in opere pubbliche meridionali, non sia quella – in diminuzione – effettivamente osservata nel periodo di simulazione (1999/2015, ipotesi impiegata in precedenza), bensì quella (più alta) registrata in media tra il 1985 e il 2000. A riguardo, infatti, va ricordato che le due circoscrizioni hanno seguito un pattern differente per quanto riguarda l’incidenza degli investimenti in opere pubbliche all’interno della spesa in investimenti. In base a stime effettuate dalla SVIMEZ, nel primo arco temporale (1985/2000) il peso della spesa in opere pubbliche sul totale degli investimenti pubblici è stata pari, nel Sud, a poco più del 60%, per ridursi negli anni della “lunga crisi” a meno del 30%. Nel Centro-Nord, l’incidenza degli investimenti in opere pubbliche era, tra il 1985 ed il 2000, sostanzialmente analoga a quella riscontrata nelle regioni meridionali;

successivamente, pur all’interno di un decalage dell’ammontare assoluto della spesa in investimenti pubblici, essa è aumentata intorno ad un valore del 70%.

Ciò detto, in Tab. 3, come anticipato, sono riportati i risultati di questo secondo esercizio di simulazione. Le conclusioni cui si è pervenuti si commentano da sole. Il risultato più evidente è che l’applicazione della clausola del 34% con una composizione degli investimenti pubblici analoga a quella del periodo 1985/2000 avrebbe determinato, nel Sud, il sostanziale annullamento della perdita di prodotto effettivamente avutasi tra il 2009 e il 2015 (-10,7%); il PIL del Sud avrebbe addirittura segnato, sempre nell’intero periodo, un modesto incremento (+1,9%). Ciò, si ricorda, lasciando invariato il trend, in diminuzione, relativo agli investimenti pubblici nazionali, e nelle due ripartizioni, durante gli anni della “lunga crisi”. Anche l’occupazione avrebbe tratto un forte beneficio da questa diversa ripartizione della spesa in investimenti pubblici nel Sud: i posti di lavoro sarebbero aumentati complessivamente di circa 200.000 unità, a fronte della perdita effettiva pari a quasi mezzo milione.

Dato il vincolo dell’invarianza dell’ammontare di risorse a livello nazionale, è evidente che quest’ultima – provocatoria – simulazione, che prevede anche una struttura più favorevole agli investimenti della spesa in conto capitale al Sud, determina un effetto recessivo sul resto del Paese di entità maggiore. Il PIL teoricamente perso dalle regioni centro-settentrionali verrebbe a commisurarsi infatti in circa un punto percentuale; l’occupazione complessiva sarebbe ulteriormente calata di 200.000 unità. Tuttavia, l’impatto a livello nazionale resta positivo e, rispetto ai dati riportati in Tab. 2, di entità maggiore: il PIL italiano avrebbe registrato una più contenuta caduta, negli anni della “lunga crisi”, di circa un punto percentuale in più rispetto a quella effettivamente avutasi, e la perdita occupazionale si sarebbe ridotta di circa due punti percentuali (pari ad un recupero di quasi 500.000 unità). Ed il costo di una manovra così articolata sarebbe risultato ancor più contenuto: il rapporto deficit/PIL nell’intero periodo di simulazione (2009/2015) sarebbe aumentato di appena un decimo di punto percentuale.

Le due simulazioni, suggeriscono alcune considerazioni.

In primo luogo la rilevanza dell’articolo 7-bis, che rischia di passare inosservato e – ancor peggio – inapplicato in carenza di una rapida predisposizione degli strumenti conoscitivi necessari per renderlo effettivamente operativo. In questa prospettiva le simulazioni SVIMEZ rappresentano un esercizio certamente e consapevolmente ardito, inteso a porre il problema, e a chiarire le opportunità che si offrono alla politica economica anche a risorse date.

Un fatto più consolidato, invece, è l’elevata elasticità dell’economia meridionale agli investimenti pubblici e a quelli in opere pubbliche in particolare. Certamente, a differenza di quanto avviene nel Centro-Nord, ciò si deve all’estrema debolezza dell’economia “di mercato” nel Sud, così che la spesa in conto capitale rappresenta un volano molto potente per far ripartire il Mezzogiorno. Proprio per questo, ciò rappresenta un’opportunità molto concreta da cogliere e che deve essere strategicamente orientata ad un rafforzamento e riposizionamento strutturale, essenziale per tutto il Paese.

Lo studio SVIMEZ, in definitiva, porta argomenti concreti per continuare a sostenere che “questa” redistribuzione, oltre a correggere una deriva penalizzante per le aree deboli, può realizzare una ottimizzazione nell’uso di un ammontare dato di risorse (quelle appunto destinate a investimenti pubblici). In altri termini: un aumento di efficienza ed efficacia della spesa pubblica che deve aprire a una possibile, e quanto mai necessaria, politica attiva di sviluppo.